Uno sguardo fresco sul contemporaneo ad Ascoli Piceno. Nasce Officine Brandimarte
Ado Brandimarte, insieme a Eleonora Villa, Riccardo Sgattoni, Giorgia Mascitti, Francesco Saverio Capriotti e Riccardo Alesiani, ha inaugurato recentemente un nuovo spazio indipendente ad Ascoli Piceno, dedicato all’arte emergente. I membri del gruppo descrivono le idee che animano Officine Brandimarte e le aspettative e gli obiettivi che si pongono per il futuro.
a cura di Tabea Badami

Quali ragioni vi hanno spinto a inaugurare uno spazio autogestito? Quale insieme di visioni, idee e convinzioni lo caratterizzano?
Ado Brandimarte: Degli spazi mancano ad Ascoli, soprattutto quelli che si dedicano all’arte contemporanea. C’è qualcosa, però è dedicato ad artisti già storicizzati, per cui ci ha spinto la volontà di portare qualcosa che non c’è.
Eleonora Villa: Fondamentalmente ci siamo resi conto che manca uno sguardo attuale, e diciamo un po’ più sperimentale. Una volta tornati ad Ascoli, per motivi vari, tra cui la pandemia, ci siamo resi conto di quanto questo fosse qualcosa che mancava completamente. Quando si dice, potremmo vivere di turismo perché è una città bellissima, però siamo abituati a guardare un tipo di bellezza, considerandola lo standard di arte, per cui non c’è l’esigenza, non si pone il problema di cosa sia contemporaneo. Quindi, quando si parla di arte contemporanea, spesso non la si capisce, non perché non ci sia interesse ma perché non c’è mai stata, non se ne parla. Le uniche manifestazioni artistiche, o comunque spazi ed eventi del genere, sono più istituzionali – passatemi il termine – e scelgono nomi più alti, però in un certo senso questi ultimi portano messaggi che sono già arrivati a chi è nel settore. Quindi rimarcano qualcosa che è già stato affermato. Quello che vorremmo far noi è portare in questo spazio “chiuso” uno sguardo fresco, emergente, che metta in discussione tematiche contemporanee e visioni che a volte possono essere anche acerbe. E va bene anche che siano acerbe, che puntino a smuovere qualcosa e a far partire un tipo di discussione che nel territorio manca.
AB: Inoltre, noi non abbiamo scelto una direzione artistica, non c’è né un direttore artistico né una direzione, ci interessa ciò che è sperimentale e ogni volta lasciamo in mano al curatore il compito di esprimersi come meglio crede. Ad esempio, la prima mostra, curata da me che non sono un curatore, era molto asciutta perché la mia visione di una mostra di arte contemporanea è quella dello spazio pulito, bianco, dove ogni opera è in netto contrasto con l’altra, non si confonde, non si avvicina, e ogni pezzo ha un suo spazio a esso dedicato. La seconda mostra è stata curata da Eleonora che ha una visione totalmente diversa dalla mia. È una mostra dall’allestimento di gusto barocco, uno spazio molto pieno, che potrebbe apparire più opprimente, ma al contempo emozionante, all’occhio di qualcuno che non è del settore, perché arrivi e trovi in questo spazio carico una targhetta vicina all’opera, insieme a un QR Code. C’è un approccio totalmente diverso. La prossima mostra sarà curata da lei, dopo troveremo altri curatori.
EV: La prossima in realtà sarà in co-curatela con l’artista.
AB: Sarà Christophe Constantin. Chiaramente, ogni artista decide se farsi “toccare” o meno, però penso che la visione di Eleonora sia stata quella dell’ultima mostra che abbiamo curato e persone del settore che sono venute a vedere la mostra hanno detto che era interessante riscontrare questa differenza tra la mia mostra e la sua.
Poi, in futuro, sceglieremo altre persone che lasceremo esprimere senza filtri. Non vogliamo fermare quello che loro hanno da dire. Se io avessi detto a Eleonora «Guarda, secondo me va asciugata, va resa più sintetica», sarebbe stato meno interessante il contrasto. Infatti, io ho cercato di non dire nulla, così come lei ha detto poco mentre stavo allestendo io. È chiaro che comunque io chiedo a tutti consigli anche se la curatela è mia.
Potreste parlarci del nome dello spazio e della sua storia?
AB: Officine Brandimarte è stato scelto come nome perché i locali sono quelli della vecchia impresa edile di mio nonno. Siccome ci interessa lasciare un legame, anche con quella che è la storia di Ascoli, abbiamo deciso di lasciare questa sorta di tributo a mio nonno che si chiama Ado Brandimarte come me.
Aveva duecento operai e costruiva sia palazzi sia arredi, quindi gli arrivavano i tronchi che tagliava nella sua segheria, aveva i falegnami che facevano i mobili, i fabbri che facevano le ringhiere, produceva ogni pezzo d’arredo, tranne i più specifici come ad esempio il lavandino, quasi tutto da solo.
Nella parte sottostante del locale c’è un capannone, parzialmente terremotato, che ha ancora le stesse macchine. La ditta è stata aperta dal 1953 al 1985 ed è rimasta perfettamente congelata perché mio nonno, quando ha chiuso a causa di una malattia legata allo stress e dovuta al lavoro enorme che ha fatto, voleva che rimanesse pronta nel caso in cui avesse voluto riprendere. Quindi, tu entri e trovi il calendario del 1985, il cassetto con dentro le penne, gli attrezzi… è tutto statico, congelato. E non vogliamo nemmeno cambiarlo troppo.
EV: Era interessante anche perché è stata una delle ditte più grandi di quel periodo che ha contribuito a costruire proprio il quartiere in cui c’è lo spazio, per cui ha una connessione veramente profonda con quello che può essere definito un quartiere popolare. Nonostante sia vicinissimo al centro, cinque minuti a piedi, è quasi un posto a sé e quando si dice “Porta Solestà” si intende un luogo specifico, con delle sue caratteristiche. Il fatto che lo spazio si trovi proprio nel centro e sia così grande, dimenticato da tempo, abbandonato, è profondamente simbolico per noi perché il pubblico che puntiamo ad avere vuole essere transgenerazionale quanto transculturale. Chiaramente puntiamo ad allargare la cerchia di coloro che si interessano al mondo dell’arte, avvicinando persone che non sanno che cosa sia questo mondo.
AB: Lo spazioè stato anche una scuola, ci sono ancora sulle travi dei cartelli che indicano l’orario dei ragazzi stagisti, che avevano da 14 anni in su ma anche a meno a volte, e quello degli adulti che invece era più lungo. Molti di quelli che sono stati a lavoro da mio nonno poi hanno aperto le loro ditte e hanno contribuito veramente a costruire quella che ora è la città, ma che prima era un paesino. C’era solo il centro storico. Vogliamo conservare l’estetica dello spazio, nel senso che un locale che prima era una falegnameria non lo andiamo a stravolgere rasando le pareti e mettendo la resina a terra. Lasciamo vedere un minimo di quella che è la sua storia


All’interno del sistema dell’arte gli spazi indipendenti svolgono il ruolo fondamentale di trampolino di lancio per l’emergere di nuovi artisti, idee e valori che difficilmente troverebbero respiro negli spazi istituzionalizzati. Da un lato una forte spinta all’innovazione, dall’altro il doversi confrontare con un sistema precario e instabile. Come vi ponete all’interno di questo clima? Potete contare su aiuti stabili?
AB: In questo momento no, ma speriamo in futuro di sì.
EV: Se parliamo di aiuti economici, no. Tuttavia, ci stiamo organizzando, però in questo senso devo dire che, non dico da parte delle istituzioni ma in generale, c’è stato un forte interesse per quello che è lo spazio. Quindi, ripeto, siamo partiti da poco e ci stiamo fondamentalmente organizzando, ma vediamo che c’è un forte interesse per quello che è un aspetto un po’ più sperimentale. E soprattutto la ricerca di uno spazio che non sia patinato, quindi che non sia il white cube, o un artista conosciuto ma piuttosto una ricerca acerba, come dicevamo prima.
AB: A noi interessa dare la possibilità di esporre qualcosa che una galleria non farebbe esporre a un giovane, perché magari si tratta di un’opera non vendibile. Già un gallerista se fa una mostra per i giovani sta facendo un’opera di bene perché non lo fa sicuramente per guadagnarci, però magari cerca di esporre qualcosa che sia vendibile.
EV: Diciamo anche che a livello di strutturazione delle mostre, sono sempre curate da qualcuno, ma non è un lavoro individuale bensì di gruppo, come una sorta di brainstorming. Ed è anche fondamentale il fatto che veniamo da contesti e visioni diverse, per cui abbiamo modi di intendere l’arte, e quello che vorremmo fare con lo spazio, molto differenti. Il nostro, in realtà, non è un venirci incontro, è più uno scontrarsi su alcune cose, ma effettivamente è un dialogare per arrivare ad avere qualcosa in più. Quindi, avere più visioni laterali dello stesso soggetto.
AB: Supportiamo la differenza. Quando stavamo allestendo la prima mostra, ho chiesto un consiglio a Riccardo e a Eleonora e loro non mi hanno detto «Fatti mandare altri dieci quadri», ma mi hanno risposto «Io metterei questo, in questo modo». C’è stato un rispetto delle reciproche visioni. Ci supportiamo senza prevaricare.
Le ragioni che vi hanno spinto ad aprire uno spazio trovano poi riferimento nella scelta degli artisti e nella vostra programmazione curatoriale? Come si pone quest’ultima nei confronti delle tematiche socio-culturali care al contemporaneo?
AB: Rispetto all’ambito sociale, io e Riccardo abbiamo aperto lo spazio anche al mattino a scuole o ad associazioni di famiglie diurne.
Riccardo Sgattoni: Anche ad associazioni che si occupano di persone con diversabilità.
AB: Abbiamo accolto persone con diversabilità, invitandole a trascorrere una giornata in qualche modo diversa.
RS: Danno il loro contributo in maniera particolare perché le reazioni sono naturalmente diverse.
AB: A volte difficili da gestire. Una ragazzina, per esempio, si è sentita male, abbiamo dovuto trovare una sedia perché ha avuto un attacco di panico. Non facciamo dell’arte una cosa elitaria, ci interessa parlare con il curatore, con l’artista, ma anche tentare in qualche modo di coinvolgere chi non è del settore.
RS: Quello che alla fine l’arte dovrebbe fare nel suo intento originario.
AB: Penso che l’arte contemporanea sia molto importante per la società perché insegna a non giudicare le cose dall’apparenza, a capire che dietro c’è sempre qualcosa in più.
EV: Spinge in un certo senso a fare lo sforzo di capire, no? Banalmente quando una cosa è bella, è bella e basta. Nel senso che ti rendi conto che è bella e finisce lì. Invece lo stimolo a ricercare qualcosa in più, la ragione, è ciò che poi dà un senso.
AB: Per il momento non abbiamo scelto persone che lavorino sul sociale perché ci interessa coinvolgere tutti, però è una scelta che potremmo fare in una determinata occasione.
EV: Affidando lo spazio a dei curatori, diamo ogni volta loro la libertà di scegliere con quale tematica interfacciarsi. Ad esempio, l’ultima mostra che ho curato era incentrata sul tema dell’apatia, che si relazionava a un sentimento contemporaneo dato da un particolare periodo storico, ma in realtà non è specifico, connesso solo al Covid e alla guerra. È qualcosa che va al di fuori del tempo e dello spazio geografico, che è emerso ed è stato riletto dagli artisti che abbiamo invitato in chiave contemporanea, in relazione a quello che sta succedendo oggi, anche se magari io lo intendevo in un senso non strettamente connesso a un dato periodo storico.
AB: A livello concettuale direi di sì, a livello interattivo per ora non abbiamo messo opere che coinvolgono proprio la persona, nella maniera in cui può farlo un’opera come Globe (Mappamondo) di Pistoletto.




Che rapporto avete instaurato con i curatori incontrati fino a ora? Sentite la necessità di un confronto critico con un curatore?
AB: Penso che potrebbe essere interessante. Finora i curatori erano tutti interni al gruppo, però quando arriverà qualcuno di esterno sarà sicuramente interessante un confronto.
EV: Più che altro abbiamo avuto dei feedback rispetto alle mostre che abbiamo allestito come curatori e questo scambio è stato significativo rispetto al nostro proposito di voler dare lo spazio, di volta in volta, in gestione a qualcuno. Questa visione è nata da un discorso fatto con un curatore, quindi sicuramente sono input fondamentali, anche perché noi siamo sei, ma è sempre importante avere uno sguardo dal di fuori che ci critica e al contempo ci dia uno spunto.
Quali sono i progetti che avete portato avanti finora?
AB: Abbiamo realizzato due mostre, c’è da dire che anche la sistemazione dello spazio è stata veramente travagliata. È durata due anni e mezzo e ha coinvolto tutti noi, in un modo o nell’altro. A fine aprile inaugureremo una nuova mostra, una personale questa volta, però non abbiamo dei programmi prestabiliti. Vogliamo prenderci un anno per poter fare un passo alla volta, anche per capire il limite a cui possiamo arrivare e quello che non dobbiamo superare.
In che modo i vostri progetti continuano nel tempo e si inseriscono in un discorso – sempre che lo facciano – di economia dell’arte? Quali sono le figure con cui entrate maggiormente in contatto?
AB: Per il momento siamo fuori dal sistema economico dell’arte, sia per la tipologia di opere sia per il tipo di approccio che abbiamo.
EV: A livello di economia dell’arte, non entriamo in contatto con delle figure, nel senso che siamo uno spazio non profit e non siamo interessati alla vendita. Vogliamo che ciò ci caratterizzi e continui a far parte dell’etica dello spazio, anche per il discorso che faceva prima Ado ossia di curatela e scelta delle opere, perché non siamo vincolati a scegliere qualcosa perché si venda meglio di qualcos’altro. Facciamo un discorso che vuole essere interessante e stimolante e che non si pieghi a determinati sistemi.
RS: Se si può parlare di economia nel senso lato, una realtà come la nostra porta un valore aggiunto al territorio, anche sul piano culturale oltre che territoriale; quindi, potrebbe essere in maniera indiretta un volano per il territorio stesso a livello di economia. Certo, questo sul lungo termine e se la realtà che stiamo gestendo dovesse diventare più strutturata, come ci auguriamo.
AB: Rispetto a come continua nel tempo, stiamo facendo un lavoro a livello di social, Eleonora sta lavorando tanto con Saverio, realizzando dei reels.
EV:Stiamo lavorando su tutto l’aspetto comunicativo che fondamentalmente è ciò su cui puntiamo per far sì che lo spazio diventi non dico un punto di riferimento,ma qualcosa che non sia esclusivamente lo spazio di Ascoli Piceno solo per gli ascolani. Siamo interessati al fatto che le persone del territorio e del quartiere vengano a trovarci e a scoprire che cosa sia l’arte contemporanea emergente, ma chiaramente siamo interessati anche a dialogare con il mondo dell’arte, con le persone che ruotano intorno al sistema per interesse e non per l’aspetto economico. Quindi stiamo puntando molto sulla comunicazione per sviluppare il progetto e mostrare ciò che facciamo perché ci rendiamo conto che, stando ad Ascoli Piceno, probabilmente non è facile che molte persone che non sono di qui vengano a trovarci in giornata. Spingiamo su quello e sul raccontare e fare un discorso globale su ciò che è Officine Brandimarte, mentre l’aspetto curatoriale è in collaborazione con il curatore che si occuperà di ogni singolo. Per cui il progetto viene affidato a un curatore, interno o esterno al gruppo, ma l’identità di Officine rimane stabile e decidiamo noi come veicolarla.
Tra i vostri obiettivi c’è la volontà di instaurare una rete di collaborazioni con altri spazi indipendenti?
AB: Sì, più in maniera informale. Non sappiamo esattamente se avverrà, però potrebbe succedere. Stiamo chiamando a esporre persone di altri spazi indipendenti. Per il momento non è uno scambio, nel senso che io, per esempio, ho invitato a esporre Danilo Sciorilli, di Via Gulli 37, e poi loro mi hanno contattato come artista per esporre a La Siringe. Però non è stato uno scambio prestabilito, così come Giorgia Mascitti è stata invitata due anni fa a Via Gulli 37. È una possibilità che non ci precludiamo.
EV: Non è una cosa che ci neghiamo, ma al contempo non è la strategia principale.
AB: Ci interessa, principalmente, cercare delle persone che abbiano qualcosa da dire e non fare una rete per poi avere delle cose in cambio. Più avanti vedremo, siamo proprio all’inizio.
Qual è stata finora la risposta da parte del pubblico?
AB: All’inaugurazione abbiamo avuto circa un centinaio di persone e per una città come Ascoli è stato un risultato enorme, nonostante la comunicazione sia stata gestita con tempistiche molto rapide rispetto alla data di inaugurazione. La comunicazione era meno strutturata rispetto a ora , ma è stato comunque un ottimo risultato. Anche il fatto che ci sia stata una sensibilità da parte di alcuni insegnanti che hanno portato le loro classi per noi è stato un risultato importante. Siamo contenti di come abbia risposto la città.
EV: È stato anche un risultato inaspettato. Per quanto fosse qualcosa che desideravamo, non ci aspettavamo una risposta così entusiasta.
RS: È stato sorprendente per il fatto che comunque abbiamo dato comunicazioni solo sui social e non su altri canali, quindi il numero di visite è andato oltre le aspettative.
In città sempre maggiori si fa sentire la necessità di aprire nuovi spazi di dialogo e ricerca.
Che consiglio dareste a chi vorrebbe intraprendere questa strada?
AB: Per dare consigli siamo un po’ acerbi, però ci si diverte tantissimo, è una bellissima esperienza.
EV: Direi di lavorare come team.RS: Sicuramente la spinta che deve esserci sin dall’inizio è la passione, l’inclinazione spontanea a questo ambito. E di certo, come dice Eleonora, formare un gruppo coeso sia in termini di professionalità sia di affinità caratteriali. Poi le cose prendono una direzione spontanea in maniera veloce.





